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“C’è un tempo per seminare e un tempo per raccogliere” recita l’Ecclesiaste. Questa citazione ha fatto parte della mia educazione così come, ne sono convinto, dell’educazione della maggior parte di coloro che stanno leggendo queste righe, in quanto figli di un’Italia cattolica e contadina. Un pilastro del senso comune che ci ha cresciuti, religiosi e non. In essa è concentrato un distillato di saggezza che non teme il passare del tempo e i cambiamenti culturali, che non teme invecchiamenti o nuove mode che lo possano scalfire. O almeno non fino ad oggi.

In quella citazione biblica, infatti, è sottinteso un altro concetto, ovvero quello che tra la semina e il raccolto debba passare il tempo necessario per portare a compimento un percorso di crescita, di maturazione appunto, che consenta poi all’uomo di godere dei frutti del suo lavoro. Applicato in agricoltura (uscendo dunque dal suo originario intento metaforico), oggi potremmo tranquillamente osservare che questo legame tra tempo, processo di maturazione e crescita, e raccolto si sta lentamente sfaldando.

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Ci sono elementi piuttosto evidenti per affermarlo, dai polli che in 35 giorni dalla nascita raggiungono i 2,5 kg di peso e vengono macellati, agli ortaggi cresciuti in serre senza terra per dare anche tre o quattro raccolti all’anno. Viene facile pensare di essere di fronte a grandi passi avanti della tecnologia alimentare, che oggi finalmente ci sta liberando della schiavitù dei tempi della natura, che ad attenderci c’è un futuro di abbondanza, comodità e cibo per tutti. Ne siamo certi?

Senza nulla togliere agli enormi progressi nella tecnica e negli strumenti per produrre il cibo a fronte di una popolazione mondiale in aumento, non possiamo tuttavia non interrogarci sulle conseguenze di questo percorso intrapreso negli anni ‘60 con la rivoluzione verde. Da una parte certamente si è potuto incrementare sensibilmente la quantità di alimenti prodotti per ettaro di terra coltivata o per ora di lavoro agricolo, ma a un certo punto la parabola del benessere e del “progresso” ha incominciato la sua fase discendente. Non occorre nemmeno essere osservatori troppo attenti per accorgersene.

La trasformazione dell’agricoltura in un processo prettamente industriale, fatto di input e output, costi e ricavi, investimenti e rendimenti, ha modificato profondamente il nostro intimo rapporto con il cibo, la nostra conoscenza di esso e la nostra capacità di distinguere ciò che mangiamo. Non solo, ma questo percorso ci ha portato a considerare le risorse naturali, molto spesso non rinnovabili come il suolo fertile, l’acqua pulita e la biodiversità, come meri fattori di produzione, da utilizzare secondo la loro redditività e secondo l’andamento del mercato, senza alcuna preoccupazione nei confronti delle connessioni tra cibo, umanità, spiritualità e ambiente naturale.

Abbiamo accelerato senza sosta, la sensazione è però quella che non siamo più in grado né di frenare in caso di ostacoli né tantomeno di sterzare in caso di curve pericolose. La degenerazione ambientale sta minando seriamente le possibilità delle future generazioni di avere accesso alle stesse possibilità di quelle attuali, mentre enormi sacche di miseria e di lavoro sfruttato permangono come esternalità inevitabili di un processo la cui rotta, apparentemente, non può essere invertita. Mai come oggi occorre rifiutare questa visione deterministica del progresso per dire che la qualità della vita non risiede nell’avere un pollo pronto da macello in un mese (pieno di antibiotici e di ormoni peraltro). Non solo, ma occorre ribattere colpo su colpo a chi afferma che queste performance produttive liberano l’umanità dalla fame. Non è così: oggi ancora 800 milioni di persone sono malnutrite, e sprechiamo il 40% della produzione alimentare.

Possiamo mangiare tutti senza dover ricorrere a metodi violenti e a tempi folli. Noi, in quanto uomini, siamo natura e non altro da essa. Recuperare la nostra connessione con i suoi tempi significa ritornare a noi stessi, significa riprendere contatto con ciò che siamo. Diversamente, saremo consumatori di merci consumati dai nostri stessi, sconsiderati, consumi.

 

Carlo Petrini

da La Repubblica